Il 24 maggio la manifestazione conclusiva del Progetto Attività Motoria Integrale promosso dall’ASSEM e dalla Parrocchia di Sant’Elia

Mercoledì 24 maggio, per gli alunni della scuola dell’infanzia e della scuola primaria dell’Istituto Comprensivo Statale Randaccio Tuveri Don Milani sarà un giorno speciale, è prevista infatti, per tutta la mattinata, la Manifestazione conclusiva del progetto “Attività Motoria Integrale” in abbinamento con la gara “Il più veloce del quartiere”

La Parrocchia di Sant’Elia ha stipulato con l’ASSEM un protocollo collaborativo, siglato dal Parroco Padre Saverio e dal presidente dell’ASSEM prof. Giuseppe Articolo. È stato uno degli ultimi passaggi cruciali portati a compimento dal prof. Articolo prima della sua prematura scomparsa. Entrambe le strutture hanno collaborato e si sono impegnate per offrire ai giovani occasioni di crescita civile e sportiva.

L’Attività Motoria Integrale, ampiamente sperimentata con successo in ambito scolastico, è stata scelta nel 2004, in occasione della cerimonia di apertura dell’Anno Europeo dell’educazione attraverso lo Sport, quale “buona pratica” in ambito nazionale e presentata nell’occasione da uno degli autori, il Maestro di Sport Paolo Masia che attualmente collabora anche con la Parrocchia sant’Elia. Come più volte abbiamo avuto occasione di ricordare l’Attività Motoria Integrale è un progetto diffuso da più di vent’anni su tutto il territorio nazionale.

È un’attività che risponde pienamente alle esigenze formative in ambito motorio dei giovani delle fasce d’età coinvolte in quanto mette al centro dell’azione didattica il bambino partendo dal principio fondante della multilateralità, che si configura come un processo di sviluppo integrato delle capacità motorie attraverso l’acquisizione di un vasto repertorio di abilità motorie e sportive. Realizza, perciò, nel curricolo scolastico un vero processo di alfabetizzazione motoria, valorizzando correttamente la componente agonistica e la forma ludica degli apprendimenti.

La Manifestazione, patrocinata dal Comune di Cagliari, si svolgerà mercoledì 24 maggio 2023 presso l’impianto sportivo comunale denominato “Progetto Calcio Sant’Elia” in via Schiavazzi a Cagliari dalle ore 9,30 alle 13,00. È chiaramente rivolta a tutti i bambini/e dai 5 ai 10 anni delle scuole primarie e dell’infanzia dei plessi dell’Istituto Comprensivo Statale sopra menzionato, prevede l’allestimento di 8 cambi di gioco nei quali i bambini potranno cimentarsi in giochi e prove di abilità; è abbinata, inoltre, per gli alunni della primaria ad una prova di corsa veloce sui 30 metri. L’ASSEM ha ritenuto di sostenere questa iniziativa, che si colloca tra le diverse azioni pastorali che la Parrocchia, per il tramite dell’associazione “Oratorio e Circolo ANSPI Sant’Elia”, sta mettendo in campo in favore soprattutto dei giovani del quartiere, permettendo loro di cimentarsi in attività di giochi e di sport e stare così lontani da possibili situazioni devianti.

I giovani hanno bisogno di attenzioni e di coinvolgimento in attività motivanti e gratificanti volte, non tanto al perseguimento di un risultato sportivo, quanto a sviluppare un atteggiamento di rispetto di sé e degli altri, attraverso la collaborazione. L’obiettivo è creare e proporre nuovi percorsi che diano valore alll’impegno quotidiano e alla ricerca del costante del miglioramento personale, con serietà e passione, ma soprattutto con il piacere di imparare, non solo abilità motorie ma anche regole e valori fondanti per vivere ed interagire nella propria realtà sociale.

Paolo Masia

Omaggio al prof. Giuseppe Articolo

Oggi 2 maggio 2023 per l’ASSEM e per i suoi associati è un giorno molto triste. Il prof. Giuseppe Articolo, il nostro presidente, tra i soci fondatori dell’associazione che nel 2024 compirà 30 anni, è deceduto dopo una breve ma inesorabile malattia. Tre settimane fa dopo aver saputo del male che lo stava aggredendo, aveva riunito i suoi collaboratori più stretti, indicando i passi immediati da compiere per continuare a far sentire la voce dell’associazione e quella dei laureati in scienze motorie e dei diplomati ISEF. Non pensava certamente di salutarci così presto, era combattivo come sempre, deciso a non arrendersi. Amava il suo mestiere ed era pronto sempre a difendere i suoi colleghi, tutti noi, da qualunque attacco. Far comprendere la complessità dell’insegnamento di scienze motorie era per lui una forte motivazione. Le iniziative di formazione, i convegni organizzati in tutti questi anni, hanno dato un contributo fondamentale per tutti i docenti e sono stati uno stimolo alla crescita e al confronto. L’iniziativa più importante che insieme ai colleghi più attivi in seno all’ASSEM, ha saputo costruire è stata senz’altro l’istituzione dei corsi di laurea in videoconferenza, in collaborazione con l’università Roma 2 Tor Vergata. Il quarto anno con il vecchio ordinamento, le lauree specialistiche e i Master di 1° e 2° livello. Recentemente percorsi simili sono stati costruiti dall’ASSEM con l’Università telematica San Raffaele per gli studenti sardi.

Francesco Marcello ci ha lasciato questo ricordo di Giuseppe Articolo:

“quando circa un mese fa, Giuseppe mi ha comunicato il suo male, ho purtroppo intuito che questo epilogo non era lontanissimo, non pensavo però che sarebbe stato così rapido. Sono ancora provato da questa notizia, l’ho sentito pochi giorni fa, lucido e propositivo come sempre, anche se il tono della sua voce era un indizio della sua sofferenza. L’ho conosciuto più di mezzo secolo fa, nel 1970, io avevo quindici anni, lui sei di più. Non avevamo la più pallida idea, in quel momento, che in futuro saremmo diventati colleghi e che avremmo progettato quasi tutte le iniziative che hanno caratterizzato la storia dell’ASSEM. Era un uomo leale, diretto, ottimista e costruttivo. Amava il confronto dialettico, era impegnato politicamente ma stimato anche dai suoi avversari. Non aveva nemici Giuseppe e non ha mai odiato nessuno. Se qualcuno volesse capire cosa significa moderazione nei comportamenti e non negli slogan, dovrebbe ripercorrere le tappe della sua militanza politica e professionale. Farò molta fatica a realizzare che non è più con noi, per molto tempo ancora quando sentirò il mio cellulare squillare nell’intervallo di una partita di champions league o della nazionale italiana (era solito chiamarmi in quei frangenti), penserò: questo è Giuseppe”

Intervista al prof. Francesco Marcello

Questa intervista a cura della collega Claudia Morani, risale a quasi un anno fa, Le resistenze dell’intervistato hanno fatto si che il tempo passasse rischiando di perdere tutta l’attualità che le sue risposte contengono.

Quando mi è stato affidato l’incarico di compilare una scheda di presentazione del prof. Francesco Marcello, ho preso tempo per capire quanto sarebbe stata complessa l’operazione. Mi sono inizialmente affidata a Google: leggendo i vari riferimenti mi è venuto spontaneo pensare che esistessero diverse omonimie. Scartati i più improbabili: avvocati, medici, giudici e pregiudicati, restavano da verificare le informazioni relative alle figure di docente, dirigente sportivo, narratore, organizzatore di eventi, allenatore e scoprire infine che queste ultime, il nostro le ha incarnate tutte. Sul sito nazionale del CONI è disponibile un CV non proprio aggiornato, così come sul sito dell’ASSEM Sardegna. L’ho sfogliato e mi sono trovata di fronte ad un Curriculum vastissimo di difficile sintesi, a meno di volersi rassegnare ad un taglio netto di informazioni significative e sempre fortemente intrecciate fra loro. Che fare? Raccogliendo il suggerimento di alcuni colleghi, ho pensato che forse la cosa più semplice e probabilmente la più produttiva era quella di intervistare il prof. Marcello, così l’ho raggiunto tramite WhattsApp.

Professore buonasera e intanto grazie per avere accettato di rispondere alle nostre domande.

Fra due anni ne saranno trascorsi 20 dalla presentazione del Progetto di Attività Motoria Integrale, che porta la sua firma e quella di altri suoi colleghi cagliaritani, presso il Forum internazionale delle buone pratiche per l’anno europeo dell’educazione attraverso lo sport. Era il 2004, sembra passato un secolo. Cosa è cambiato nel frattempo?

Paolo Masia, Alessandro Donati ed io siamo un po’ più vecchi e abbiamo vissuto vicende, note o meno note che hanno messo a dura prova la nostra resilienza. Non abbiamo interrotto la nostra attività o se preferite il nostro attivismo, su versanti legati ovviamente alle scelte individuali di ciascuno di noi.

Il progetto Attività Motoria Integrale per la scuola elementare sarebbe ancora valido e attuabile oppure è ormai obsoleto e andrebbe riscritto?

Guardi le confesso che penso spesso a questo aspetto. Tutte le scienze sono in continua evoluzione, le neuroscienze ci forniscono sempre più informazioni su come apprendiamo e sopratutto su come apprendono i “cuccioli” della nostra specie. Ma l’impostazione dell’attività Motoria Integrale è plastica, non siamo di fronte alla Psicomotricità, con tutto il rispetto che è giusto nutrire per questa metodologia. I nativi digitali e gli attuali baby touch sono molto recettivi e svegli ma l’esplorazione dell’ambiente circostante non ha perso neppure un millesimo della sua importanza. Le esperienze motorie, il vissuto motorio, l’esplorazione multilaterale delle abilità, sono ancora il fulcro fondamentale della crescita umana.

La legge n. 234/2021 ha previsto l’introduzione dell’attività motoria nelle classi quinte, a decorrere dall’a.s. 2022/23, nelle classi quarte a decorrere dall’a.s. 2024/25 e per le altre a seguire. L’iniziativa è partita dalla sottosegretaria allo Sport Valentina Vezzali. È un passo importante che va nella direzione tracciata anche grazie ai vostri studi.

Lo è di sicuro e speriamo che in futuro possa essere potenziata ulteriormente, se mi posso permettere un appunto, io sarei partito dalla prima elementare, dai più piccoli. Non vorrei che la scelta fosse dettata dai modelli: per i bambini più grandicelli c’è il riferimento delle attività sportive codificate. Come al solito si tende a negare il patrimonio di studi e di approfondimenti che riguardano la motricità infantile, che nel nostro paese non è secondario ed è ben distinto dall’avviamento allo sport. Ma se l’iniziativa procede va bene anche così.

Leggo che lei fa parte dal Consiglio Direttivo dell’Associazione ScienzaSocietàScienza che organizza il Cagliari Festival Scienza, da quasi 15 anni. La sua città è un’isola felice? Le scienze Motorie sono perfettamente integrate nel contesto generale delle scienze?

Mi piacerebbe dire che questo è vero, ma purtroppo non è esattamente così. Siamo probabilmente molto più avanti rispetto ad altre città, ma ho capito ormai da tempo che non devo mai dare niente per scontato, quotidianamente è necessario ribadire l’importanza degli studi che riguardano il nostro ambito. È facile confondere il movimento creativo, la motricità che plasma le intelligenze con i fenomeni dello sport agonistico che hanno anch’essi una precisa dignità scientifica ma che, come ho anticipato poco fa, sono altra cosa. Nell’immaginario collettivo tutto viene confuso e banalizzato. Se cercate sul web notizie riguardanti la legge 234 di cui parlavamo prima, troverete molti post che parlano esplicitamente di sport nella scuola elementare.

L’ISEF è stata la sua prima esperienza formativa, poi dopo aver insegnato per dieci anni all’ISEF di Torino, ha aggiunto alla sua formazione personale tanti percorsi a carattere universitario: la laurea quadriennale in SM (vecchio ordinamento), il Master di 2° Livello, la laurea Magistrale in Scienze e Tecniche dello Sport. Tutti traguardi ottenuti con lode. Può riassumere il suo pensiero sull’ISEF e sui Corsi di Laurea, anche in considerazione del fatto che ha insegnato a contratto in diversi atenei.

La prima fase dei Corsi di Laurea, immediatamente dopo la loro istituzione è stata di ottimo livello. Alla professionalità dei docenti provenienti dall’esercizio della professione si è aggiunta la vocazione e la consuetudine alla ricerca degli universitari. In quel momento i migliori accademici si misero in gioco insegnando in Scienze Motorie. Pian piano i più titolati hanno, legittimamente, seguito la propria carriera universitaria nelle specializzazioni mediche. I docenti di provenienza ISEF come me, sono stati gradatamente espunti dall’insegnamento a contratto e nessun concorso per ricercatore o docente associato, salvo poche eccezioni, è stato reso disponibile. Non credo che sia il caso di aggiungere altro perché il risultato è sotto gli occhi di tutti.

Il mio percorso è stata una scelta indipendente da qualunque possibile prospettiva. Ho discusso la tesi del Master in Valutazione Funzionale con Carmelo Bosco, un anno prima della sua morte, e quella di laurea Magistrale con Carlo Vittori. Con entrambi avevo già una relazione interpersonale ricorrente. È stata per me un’ulteriore e importante opportunità di confronto.

Prima dell’avvento dei corsi di Laurea, la Scuola dello Sport del CONI aveva un ruolo centrale non solo nella formazione degli operatori ma anche nella ricerca applicata allo sport. La “Ricerca di Cagliari” ha costituito un paradigma fondamentale nello studio delle capacità motorie, e il libro La Valutazione nell’Avviamento allo Sport (Donati, Lai, Marcello, Masia 1994), che scaturì dalla prima fase di quello studio, è presente nella libreria di qualunque operatore sportivo che abbia non meno di 40 anni. Come nacque l’idea di quello studio, ritenete di aver conseguito gli obiettivi prefissati?

L’idea di uno studio fu di Sandro Donati, in seguito alla vicenda del “salto allungato” dei mondiali romani del 5 settembre 1987, fu allontanato dalla federazione di Atletica e destinato alla Divisione Centri Giovanili del CONI. Sia Paolo Masia, che era il Coordinatore Tecnico del CONI provinciale, che io eravamo amici di Donati, pensammo quindi di invitarlo alla fase finale della nostra “Attività Intercentri” ispirata alla Multilateralità Estensiva e Mirata. Sandro non si fece pregare e quando vide la nostra Attività ci propose di avviare uno studio. Ci confidò che a breve il CONI gli avrebbe affidato la guida della Divisione Ricerca della Scuola dello Sport e che il Direttore della stessa sarebbe stato Pasquale Bellotti.

Abbiamo raggiunto gli obiettivi prefissati? Imparammo a fare ricerca, con noi in squadra c’era anche Alberto Madella. Tutto era sottoposto ad una continua azione di verifica con procedure statistiche estremamente rigorose. Ogni nuovo indicatore doveva superare le diverse procedure di validità esterna ed interna. Imparammo che i risultati sono sempre molto variegati, complessi da interpretare, che i trend talvolta sono nitidi ma più spesso non lo sono.

La seconda fase del vostro studio prevedeva un confronto longitudinale fra le proposte di alcuni centri federali e un gruppo di controllo “multilaterale” oltre al gruppo dei sedentari. Non ci fu un vero “vincitore” se non ricordo male.

Abbiamo seguito i tre gruppi per un solo anno, bambini di 10 – 11 anni, il crocevia verso un percorso sempre più mirato di specializzazione sportiva. Come accade spesso nelle ricerche longitudinali che studiano variabili comportamentali i gruppi sperimentali mostrarono un andamento complesso. L’area coordinativa si rivelò la più sensibile al miglioramento ma alcune capacità coordinative come la Fantasia Motoria e la Combinazione Motoria mostrarono progressi particolarmente significativi sopratutto nei gruppi multilaterali.

Per quale motivo non proseguiste lo studio longitudinale negli anni successivi?

Mancanza di fondi e sovraccarico da stress dei ricercatori.

Un’altra pagina importante della sua attività è il progetto Con-i Giovani, quasi tutto lo staff cagliaritano era coinvolto, con lei e Masia a guidarli. Fu data alle stampe per la Società Stampa Sportiva di Roma nella Collana di Scienze applicate all’avviamento allo sport, “La Nuova Guida Tecnica dei CAS”. Tuttavia il progetto non è decollato come forse il CONI sperava.

Non so sinceramente se il CONI sperava che il progetto decollasse. Certamente noi abbiamo fatto di tutto perché funzionasse, così come il MdS Fabio Canaccini, Fabrizio Pellegrini, Maurizio Cevoli, Alberto Buonaccorsi e Giorgio Carbonaro. Non ho mai capito quale parte del CONI lo ha osteggiato. Purtroppo non ero così addentro per conoscere questi risvolti. Resta la soddisfazione di avere varato un progetto completo e capillare che meritava ben altra sorte. La Guida Tecnica era uno strumento molto attento agli aspetti pratici. Gli altri punti di forza erano l’Attività Intercentri e l’Osservatorio delle Capacità Motorie. Nella prima spendemmo tutta l’esperienza maturata con l’Attività Motoria Integrale, l’Osservatorio era un gioiello sul piano organizzativo con la piattaforma e il software curati da Alberto Buonaccorsi. Ripeto tutto il progetto meritava molto di più.

Lei è stato l’ultimo presidente provinciale del CONI della sua città, poi hanno chiuso definitivamente tutti i comitati provinciali, che esperienza è stata? Perchè il CONI ha rinunciato alla presenza capillare sui territori?

La mia candidatura era necessaria, dovevamo garantire continuità della nostra azione. Da parte della presidenza del CONI regionale c’era invece la volontà di “occupare” il provinciale facendo eleggere un presidente “gestibile” e quindi condizionare tutta l’attività bloccando l’autonomia e la capacità progettuale dei singoli comitati provinciali. In passato il CONI regionale e i C.P. viaggiavano in totale sinergia. Erano gli anni di Andrea Arrica e di Paolo Racugno. Non è certo un caso se la nostra ricerca si è sviluppata durante la loro presidenza.

La sua elezione quindi è stata una specie di battaglia?

Sono stato eletto al secondo ballottaggio dopo due pareggi, vi erano due schieramenti contrapposti, si la battaglia è stata durissima, ho dovuto imparare ad organizzare strategie dal punto di vista politico. In realtà ho capito che un po’ di attitudine ce l’avevo.

Dopo la mia elezione il Comitato ha proseguito a viaggiare a ritmi sostenuti: una ventina di progetti all’anno, tutte le scuole di ogni ordine e grado coinvolte, territori dimenticati venivano aiutati e valorizzati, ci impegnammo con una presenza costante nei GAL, cercammo di coniugare lo sport agonistico e no con le potenzialità turistiche delle diverse zone, quelle costiere, l’entroterra. Tutto spazzato via, volutamente….

Proprio in quegli anni è uscito il suo libro sulla coordinazione motoria e la collaborazione con la rivista Focus….

Si, purtroppo gli impegni di lavoro e quelli con il CONI non mi hanno permesso di promuovere il libro sulla Coordinazione come meritava. La collaborazione con Focus è scaturita proprio in seguito alla pubblicazione del libro. Un editorialista free Lance, Franco Teruzzi doveva mettere a punto una serie di consigli pratici per consentire ai lettori di autovalutare rapidamente le loro Capacità Motorie, avevo da poco presentato il libro sulla coordinazione agli studenti di Foggia. Dario Colella, coordinatore dei corsi e mio carissimo amico, promozionò sul web il mio lavoro, in seguito fui contattato da Teruzzi.. È stata un’operazione che mi ha dato molta visibilità. Ci sarebbe ancora tanto da fare, da scrivere e da studiare, chissa!

Non pensa di poter contribuire ancora sul versante scientifico?

Se avessi trovato dei giovani desiderosi di imparare e di approfondire forse si, non mi è stata data questa possibilità perché il mio coinvolgimento in ambito universitario è stato molto frammentato, anche se complessivamente ho maturato più di quindici anni di di insegnamento, tutto è avvenuto in realtà differenti: Cagliari, Foggia, Tor Vergata, la telematica San Raffaele… è andata così, adesso voglio fare cose che mi piacciono, mi rilassano e mi divertono. Credo però di poter dare ancora molto e qualche proposta interessante forse c’è ….

Come scrivere romanzi! La ragazza di Nola ha segnato il suo esordio in ambito narrativo, ci sarà un secondo romanzo?

Penso che ci sarà un bis, ma devo dire che La ragazza di Nola era dentro di me da tempo, il lockdown ha avuto un ruolo maieutico nel farlo emergere. In questo momento sono concentrato su altre cose, tra cui fare il nonno che è un bel mestiere, se vivrò abbastanza avrò un’altra chance come narrattore.

Glielo auguriamo di cuore. Parliamo ora della sua attività di docente, negli ultimi cinque anni di insegnamento nella scuola secondaria di secondo grado ha coordinato il Liceo Scientifico Sportivo del Convitto Nazionale di Cagliari. Il MIUR invitandola a relazionare al Convegno di Montecatini nel 2017, ha sancito uno status di eccellenza nazionale per il vostro liceo, ci può riassumere le caratteristiche più importanti dell’offerta formativa.

Ho pensato subito che al Liceo Sportivo potevo dare il mio contributo personale, frutto delle attività extrascolastiche che ho sempre portato avanti. Fino ad allora far convivere le esperienze sportive con ciò che richiede la scuola era stato per me molto complicato.

In sintesi le caratteristiche del curricolo erano queste:

– alternanza di sport individuali e di squadra secondo un piano pluriennale che prevedeva almeno due sport individuali e di squadra differenti nel corso dei cinque anni

– l’attivazione all’interno della scuola di un laboratorio di valutazione motoria dotato di apparecchiature idonee alla valutazione delle performances

– l’utilizzo del laboratorio sia in orario curricolare che extracurricolare (nei percorsi PCTO ex alternanza scuola – lavoro)

– l’organizzazione ricorrente di incontri con esperti di livello nazionale sulle tematiche legate al mondo dello sport e delle scienze collegate al movimento

– la partecipazione ai Giochi Sportivi Studenteschi, privilegiando le attività praticate nel curricolo

Quanto di tutto ciò secondo lei, è trasferibile in altri istituti che non contemplano l’indirizzo sportivo?

I docenti di Scienze Motorie hanno quasi tutti una rapportazione costante con il mondo sportivo, sono potenzialità che la scuola dovrebbe sfruttare meglio e credo comunque che dovrebbe essere l’Istituzione scolastica a valorizzare maggiormente questa risorsa. Penso tuttavia che questa considerazione non riguardi solo la mia disciplina, il contatto con il mondo reale, le prospettive e le motivazioni dei ragazzi sono spesso veicolate dall’azione di un docente appassionato che, senza essere troppo invasivo, riesce ad aprire ai suoi alunni lo scenario della vita, filtrandolo attraverso il suo vissuto.

Lo sport scolastico dovrebbe avere un’attenzione superiore a quella ricevuta fino ad ora. I numeri dell’attività sportiva scolastica sono importanti e la capacità di coinvolgimento è talvolta maggiore rispetto alle proposte federali. Se ne parla troppo poco, molte persone lontane dalla scuola pensano che queste iniziative appartengano al passato, ma la scuola con le sue iniziative continua ad avere un ruolo fondamentale nel reclutamento per le società sportive.

Claudia Morani

IL Sistema Nazionale di Qualifiche degli Operatori Sportivi (SNAQ)

A cura di Andrea Argiolas

Il prof. Andrea Argiolas è un nome notissimo nel mondo dello sport. Dal 1976 al 2020 è stato docente nella scuola secondaria di primo grado. Atleta e poi allenatore di Canoa-Kayak dal 1978, è stato dirigente sportivo inizialmente in ambito regionale. Terminato l’ISEF nel 1979, ha poi completato il suo percorso con la laurea magistrale in Scienze e Tecniche dello Sport. Dal 2005 al 2016 è stato consigliere federale nazionale Fick e responsabile del Centro Studi, Formazione e Ricerca della medesima federazione. Dal 2012 vicepresidente federale, dal 2014 al 2016 coordinatore della direzione tecnica nazionale. Il suo contributo, evidentemente, è per noi estremamente prezioso.

Andrea Argiola mostra un numero della Rivista del CentroStudi della FICK

Mi sono occupato di formazione per “sport e scuola”. L’approccio sistemico ha caratterizzato le mie idee, le mie proposte e le mie azioni: avere una visione integrata di bisogni e risorse favorisce le soluzioni e ottimizza i costi.

Tra le poche certezze, ho anche la convinzione che, senza stravolgere il modello italiano, una visione globale e integrata tra Scuola e organizzazione sportiva (CONI e/o, da ora, Ministero dello Sport) darebbe un fondamentale impulso allo sviluppo della pratica sportiva di base e, conseguentemente, anche dell’alto livello.

Storicamente il modello sportivo italiano fonda le sue radici nell’associazionismo sportivo, mentre nelle discipline cosiddette dilettantistiche le attività di vertice sono quasi totalmente appannaggio dei Corpi civili e militari dello Stato. Un mix di privato (terzo settore) e pubblico finora capace di garantire una continuità di prestazioni di tutto rispetto, sia in chiave olimpica che mondiale, molto meno sul piano del diritto allo sport per tutti. Trattasi di un’organizzazione, mediata dalle federazioni sportive e CONI non esente da lacune, farraginosa, caratterizzata da un elevato dispendio di risorse e, soprattutto, poco capace di assolvere i compiti pedagogici e culturali che lo sport richiama. Una caratteristica, quella dei militari sopra accennata, che ricorda lo sport di Stato d’oltrecortina, un autentico pezzo di modernariato. Certo non siamo l’unico Paese occidentale a supportare in questo modo lo sport, ma avere ben otto Enti (con o senza stellette), spesso in concorrenza tra loro, credo sia un primato, tutto nostrano, del quale non andare fieri.

Gli anni dell’agonismo

Ciononostante, considerata la straordinaria presenza statale, le attività motorie e sportive scolastiche “godono” di pessima salute: siamo ancora il Paese europeo con il minor numero di ore settimanali di educazione fisica/motoria e fino al 2021/22 esclusivamente nella scuola secondaria. Nella Primaria, solo a partire da quest’anno scolastico, si sta correndo ai ripari con il progressivo (si parte dalla quinta classe) inserimento di luareati specializzati nel team docente. Non parliamo della scuola dell’Infanzia, perché là dove tutto dovrebbe cominciare, siamo ancora in alto mare o a progetti estemporanei. Tutto ciò in un contesto che vede l’Italia e soprattutto il suo sud primeggiare nelle classifiche di dispersione, insuccesso e abbandono scolastico. Non può essere un caso.

Recentemente, parliamo della scorsa legislatura, si è registrato un notevole attivismo della politica verso lo sport. Giorgetti con l’istituzione di Sport e Salute, ha sostanzialmente chiuso i rubinetti al CONI e spezzato il cordone ombelicale, “contributi”, tra Coni e Federazioni sportive. Se Malagò ha mal digerito la diminutio imposta dal Sottosegretario con delega allo sport del primo Governo Conte, tanto da segnalare al CIO la presunta violazione d’autonomia, altrettanto indigesti sono stati gli interventi del Ministro dello Sport (Governo Conte 2) Spadafora di disciplinare l’intero movimento sportivo, compreso il tentativo di porre in essere il limite di due mandati anche per la presidenza del Comitato Olimpico, tentativi andati a vuoto.

L’apice dell’interventismo statale in materia di sport e dintorni si è registrato con il Decreto legislativo del 28 febbraio 2021, n. 36, in attuazione dell’articolo 5 della legge 8 agosto 2019, n. 86, recante il riordino e la riforma delle disposizioni in materia di enti sportivi professionistici e dilettantistici, nonché di lavoro sportivo. Un vero e proprio vademecum per inquadrare, disciplinare e valorizzare l’attività sportiva e motoria, riconoscendone il valore culturale, educativo e sociale, nonché garantire il libero accesso in tutte le forme, manifestazioni e luoghi in cui tali attività si esercitano: “sia nelle persone sane sia nelle persone affette da patologie”. Così recita la legge, io avrei scritto: comprese le persone con disabilità (sic!). Ovviamente, per chi scrive non è questo il problema.

A mio avviso il problema è proprio originale, sì proprio come il peccato, giacché nasce da una remota visione separata degli interventi. In particolare, dalla dicotomia tra attività motoria e sportiva: la prima demandata alla scuola e la seconda al sistema società sportive – Federazioni sportive o enti equipollenti – Gruppi Sportivi Civili e Militari – CONI o CIP. Sebbene qualche tentativo di introdurre lo sport nella scuola – penso ai programmi ministeriali, ai Giochi della Gioventù, a quelli studenteschi e, proprio in forza dell’art.2 della legge 8 agosto 2019, n.86, all’istituzione dei Centri Sportivi Scolastici – storicamente e culturalmente lo Stato ha volutamente depotenziato l’avviamento alla pratica sportiva nell’agenzia che più di tutte doveva promuoverla, la Scuola. Come accennato, il modello italiano privilegia l’associazionismo sportivo e né ora né mai questo primato è stato posto in discussione, anzi viene continuamente alimentato e sovvenzionato. Al contrario, lo sport e le attività motorie nelle istituzioni scolastiche e universitarie sono la Cenerentola della Pubblica istruzione.

Rispetto a questa rigida, assurda e ingiusta separazione, la mia idea, quella che ogniqualvolta me n’è stata data l’opportunità ho cercato di attuare, è spuria. Una contaminazione profonda tra sport e scuola, realizzata da docente e sul campo, quando, sfruttando al massimo le risorse a disposizione – ore di gruppo sportivo scolastico, strutture scolastiche e delle società sportive (prevalentemente quelle di un Centro Universitario Sportivo) – ho avviato allo sport e specialmente alla Canoa Kayak, diverse centinaia di giovani.

Poi da dirigente federale, responsabile della formazione, ho lavorato affinché il riconoscimento delle qualifiche tecniche fosse agevolato ai laureati in scienze motorie, titoli equipollenti o superiori. All’interno della Guida alla Formazione della Federazione Italiana Canoa Kayak, della quale ho siglato diverse edizioni dal 2005 al 2016, ho fatto in modo che fossero previsti tutti i meccanismi utili al suddetto riconoscimento per ognuno dei 3 livelli tecnici FICK, in piena conformità a quanto previsto dalla SNaQ (Sistema Nazionale delle Qualifiche tecniche, riconosciuto dal CONI). Tutto ciò si è potuto realizzare, stipulando accordi con le Università, affinché includessero insegnamenti specifici anche finalizzati al conseguimento delle qualifiche oltreché di crediti CFU, o prevedendo in tal senso la valorizzazione di lavori individuali dei singoli studenti (tesi di laurea o di master/dottorato ecc.) solitamente atleti o tecnici già inseriti nel processo tecnico formativo. Un sistema certamente non esclusivo, ma all’avanguardia e capace di creare interazioni positive: dallo sport verso il mondo accademico e viceversa. Un rapporto che ha promanato effetti anche sul piano agonistico di alto livello: la ricerca, che sta alla base dello sport moderno, non è solo appannaggio dei centri di alta specializzazione agonistica ma nasce e si sviluppa all’interno dell’università.

Viste tutte le disposizioni sopra richiamate, e segnatamente il D. lgs. 28 febbraio 2021 n.36, non condivido la visione parcellizzata tra qualifiche tecniche sportive e le diverse professionalità del chinesiologo. Le differenze quasi insormontabili sarebbero ovviamente tutte in favore di quest’ultimo: per formare un tecnico di secondo livello (qualifica minima per poter operare in autonomia), basta un diploma superiore, qualche decina di ore di formazione, un tirocinio e un anno di esperienza nel livello precedente (il primo); un laureato in scienze motorie deve affrontare tre anni di corso, una trentina di esami, tirocinio e tesi finale. Appare evidente che non possono esserci termini di paragone.

In base alla normativa vigente, le lauree in scienze motorie non sono titolo d’elezione per operare come tecnico sportivo, neppure per gli specializzati in Scienza e Tecnica dello Sport come neanche quelli in Preventiva e Adattata sono espressamente abilitati a operare con gli atleti disabili. Né sono ipotizzati o, tantomeno, indicati alle Federazioni sportive o enti assimilati – unici soggetti in grado di rilasciare qualifiche fino al terzo livello, il quarto lo riconosce il CONI/Sport e Salute attraverso la Scuola dello Sport – percorsi agevolati per favorire l’inserimento dei laureati negli albi federali.

Si tratta di una visione miope incapace di inquadrare insieme sport e scuola. Lo Stato italiano fatica ancora a portare degnamente dentro la sua più importante agenzia educativa i valori positivi che lo sport storicamente e naturalmente veicola. Dopo averci messo un secolo per laureare gli specialisti di motricità e sport, ora che fa, li mette in naftalina?

L’articolato rapporto tra ambiente, sport e diabete è il tema di del convegno organizzato da ambiente e/è vita sardegna


L’ambiente, anche quello urbano, costituisce un imprescindibile determinante della salute.

È nell’ambiente che l’individuo si muove verso strategie di benessere e di qualità della vita.

Anche lo sport, non più visto col limite del semplice agonismo, è importante per la salute e per evadere dal quotidiano, soprattutto quando l’attività fisica si svolge all’aperto, in pregevoli contesti naturali.

La triangolazione ambiente-sport-salute favorisce una rinnovata coscienza ambientale, una maggiore propensione

all’attività fisica entrambi con un sicuro impatto sulla salute e sul benessere psico-fisico.

L’iniziativa si propone, in particolare, di promuovere la riflessione sull’interazione tra la qualità ambientale, l’attività fisica e la prevenzione e cura del diabete.

Per aiutarci ad individuare traiettorie comuni di ragionamento e ricerca, interverranno esperti che illustreranno le loro esperienze professionali quotidiane, per condividere le problematiche che il malato di diabete affronta e le soluzioni che possono contribuire alla prevenzione e cura della patologia notevolmente diffusa sul territorio regionale.

Momento centrale dell’evento sarà la passeggiata tra le due misurazioni della glicemia che, con un approccio esperenziale, consentirà di dare immediata evidenza di quanto l’attività fisica incida sulla salute dei diabetici e non solo.

Le denunce sui presunti abusi subiti dalle giovanissime ginnaste italiane raccontano uno sport che richiede assai di più degli inevitabili sacrifici comuni a tutti gli atleti

Più che cronache provenienti da un centro sportivo sembrano i racconti di un incubo collettivo. C’è chi denuncia pressioni e violenze psicologiche e chi rivela di aver pensato addirittura al suicidio. Le testimonianze sono più di una e hanno portato alla decisione da parte del presidente della Federginnastica Gherardo Tecchi di commissariare l’Accademia di Desio. Una scelta senza precedenti per lo sport italiano, che coinvolge in prima persona Emanuela Maccarani, la direttrice del Centro, che ha portato alla ritmica centinaia di medaglie ed è rappresentante della categoria dei tecnici nel Consiglio del Coni. La procura federale intanto ha iniziato le audizioni delle ex atlete che hanno riferito di aver subito abusi e insulti.

La questione non è nuova e di sicuro ora occorrerà fare attenzione a quelle denunce dettate dalla frustrazione da mancanza di risultati piuttosto che da riscontri reali. Ma fatti i necessari distinguo il problema era già noto, per quanto sotto traccia. L’unico segnale di discontinuità è il coraggio di queste ragazze.

Il nostro parere in merito a questa vicenda è molto chiaro: nello sport di alto livello tra allenatore e atleta si stipula un patto, l’obiettivo da raggiungere gratificherà entrambi. Ma i patti si sottoscrivono in condizioni di equilibrio tra le parti, una bambina non può sottoscrivere alcun patto e nessuno, neppure i genitori, possono rubare l’infanzia e l’adolescenza ai propri figli. Se le medaglie in alcune discipline si possono vincere solo tra i 15 e i 18 anni, sono i programmi di gara che devono essere stravolti per far si che l’età di massima prestazione venga ritardata, non le vite delle ragazze.

La Ginnastica Artistica al femminile è sempre stata considerata il paradigma della specializzazione precoce, uno limiti più evidenti dello sport moderno, spesso denunciato e mai combattuto con la determinazione necessaria.

Ad aprire la porta del tunnel degli “incubi” della Ginnastica azzurra è stata Nina Corradini, ginnasta romana di 19 anni, ha raccontato le pressioni che ha subito per evitare che il peso del suo corpo superasse “i limiti consentiti”: «Mangiavo sempre meno, ha raccontato, ma ogni mattina salivo sulla bilancia e non andava mai bene: per due anni ho continuato a subire offese quotidiane». Insieme alle sue compagne veniva pesata in mutande davanti a tutti. L’allenatrice annotava il peso su un quaderno e commentava, spesso con durezza, talvolta con sarcasmo, il responso della bilancia. E così Nina saltava la colazione, arrivava a pesarsi più volte al giorno, ingurgitava lassativi, spesso sveniva priva di forze. Poi, il 14 giugno 2021, decide che la sua storia sportiva era giunta al capolinea.

Anna Basta, 21 anni, era compagna in Nazionale di Nina e come lei, ha vissuto la ginnastica come un tormento, decidendo di rinunciare all’Olimpiade di Tokyo, dopo essersi qualificata. Ha raccontato di aver addirittura pensato al suicidio: «Stavo per farlo ma all’improvviso è entrata una persona in stanza e mi sono scossa. La volta successiva ero in mezzo alla gente». Utilizzava le Dieci Erbe, pastiglie che aiutano ad andare in bagno. «Mi sono fermata quando ho capito che non stavo più bene con me stessa, non riuscivo più a guardami allo specchio». è riuscita a risollevarsi grazie ad un percorso terapeutico . Ha ha avviato su Instagram rubrica sui disturbi del comportamento alimentare.

Giulia Galtarossa, due Mondiali vinti nel 2009 e nel 2010, sottolinea come il tema non è solo il controllo ossessivo del peso, ma anche i metodi: in mutande, davanti a tutti, insultate e umiliate dalle allenatrici. Giulia, da anni parla dei disturbi alimentari conseguenza delle regole rigide del suo sport. Ora si è spinta oltre, raccontando alcuni episodi accaduti al centro federale di Desio: «Quell’accademia mi ha rovinato la vita, una volta fecero schierare le compagne davanti a me per poi farmi girare di spalle e mostrar loro quanto fosse grosso il mio sedere. Mi prescrissero una dieta e alla fine c’era questo messaggio: Abbiamo un maialino in squadra».

L’ultima denuncia in un’intervista al Corriere della sera è di Ilaria Barsacchi, costretta a smettere a 16 anni: «pesavo 38 kg venivamo pesate tutti i giorni, speravo che le mestruazioni non arrivassero mai. Avevo male a un piede, dicevano che era colpa del peso: invece era una frattura da stress al metatarso».

L’auspicio è un’inchiesta seria e approfondita, non solo da parte della giustizia sportiva, notoriamente autoreferenziale, ma anche da parte di quella civile.

Veronica Lotito

Alessandro Donati e Gaetano Mura al Convitto di Cagliari

Nessuno ha avuto modo di annoiarsi nel pomeriggio di venerdì 8 aprile, “due libri, due vite da raccontare” non ha deluso i partecipanti. Un imprevisto: l’indisponibilità causa Covid di Alessandro Donati, è stato gestito al meglio dall’ASSEM, che, grazie alle apparecchiature del Convitto Nazionale di Cagliari ha permesso al relatore di partecipare in videoconferenza.

Attraverso filmati efficaci, interventi sempre ben contestualizzati grazie ai due moderatori Franco Marcello e il giovane Mattia Lasio, gli autori sono riusciti a trasmettere la loro sintonia. Due mondi apparentemente lontani hanno trovato un filo conduttore comune: difficoltà che sembrano insormontabili, sconfitte che in realtà sono vittorie, la solitudine come risorsa personale.

Arrendersi a circa metà dell’opera, per cause non dipendenti dalla propria volontà e ingestibili dal punto di vista tecnico, non ha impedito a Gaetano Mura di vivere con intensità la propria impresa, il “Solo Round the Globe Record” ovvero il giro del mondo con un Class 40 e di trarre da questa esperienza, in apparenza negativa, un insegnamento prezioso.

Il sindaco di Cagliari Paolo Truzzu, alla sua destra Gaetano Mura, sullo schermo Alessandro Donati

In apertura, dopo l’intervento introduttivo di Giuseppe Articolo presidente dell’ASSEM, il Sindaco di Cagliari Paolo Truzzu ha portato i saluti dell’amministrazione comunale e di tutti i cittadini e ha voluto consegnare un omaggio a Gaetano Mura e Alessandro Donati per il loro legame con la città. Si è trattenuto in sala per tutta la durata dell’incontro seguendo ogni passaggio.

Ha ringraziato Donati per le sue battaglie coraggiose contro il doping e la corruzione nello sport di cui il libro “I signori del doping” (Rizzoli 2021) racconta gli ultimi inquietanti risvolti, per i risultati agonistici che come allenatore ha regalato a tutto il paese. Ma anche, e forse sopratutto, per aver contribuito a dare visibilità nazionale alle idee innovative in materia di sport e attività motorie giovanili che da Cagliari hanno preso il via. Tra il 1990 e il 1994 infatti, insieme a Franco Marcello, Paolo Masia e altri colleghi cagliaritani, Donati portava avanti uno studio sulle capacità motorie che, coinvolgendo migliaia di ragazzi del nostro Hinterland, poneva le basi per ulteriori approfondimenti scientifici che non sono mancati negli anni successivi.

Franco Marcello, sullo schermo, in videoconferenza Alessandro Donati

Tutti hanno avuto modo di apprezzare le qualità morali di Gaetano Mura, autore de “Le sirene hanno smesso di cantare” (Edizioni Il Maestrale 2020): “Penso che il coraggio vero – ha sottolineato Truzzu, sia legato sopratutto al saper accettare e analizzare le cose che non vanno secondo le nostre speranze. La città di Cagliari guarda al mare con una visione prospettica volta a migliorare e ottimizzare tutte le attività, sia sportive che turistiche, in grado di far crescere da tutti i punti di vista, l’attenzione del mondo verso di noi.

Gaetano Mura e Paolo Truzzu

L’ASSEM ringrazia tutti i propri iscritti e simpatizzanti per il sostegno e la partecipazione (occupati tutti i posti disponibili secondo la normativa Covid), di questi tempi non era affatto scontato

Giuseppe Articolo, presidente dell’ASSEM. alla sua destra Mura e Marcello

Mattia Lasio moderatore dell’incontro

Donati sullo schermo, e Mattia Lasio e Gaetano Mura in sala
Franco Marcello, ha curato l’organizzazione dell’incontro


Venerdì 08 aprile 2022 Auditorium del Convitto di Cagliari presentazione del libro “I Signori del doping” di Alessandro Donati e “Le sirene hanno smesso di cantare” di Gaetano Mura

Venerdì 08 aprile 2022 presso l’Auditorium del Convitto Nazionale di Cagliari in via Pintus, alle ore 17,00 Alessandro Donati e Gaetano Mura, con il coordinamento di Francesco Marcello e Mattia Lasio, presenteranno il loro ultimo libro.

I signori del doping” pubblicato da Donati per Rizzoli nel 2021 è incentrato sull’incredibile vicenda del marciatore Alex Schwazer, vittima di un’azione incresciosa di linciaggio della quale ci siamo a lungo occupati.

Le sirene hanno smesso di cantare”, edito da Il Maestrale, non è solo un libro autobiografico, è un’opera attraverso la quale Mura riesce a fondere avventura, fascino del vivere in mare, storia personale e vicende sportive fuori da ogni consuetudine.

I due autori nella mattinata dello stesso giorno incontreranno gli studenti del Liceo Scientifico Sportivo del Convitto Nazionale.

Alessandro Donati è stato più volte nostro ospite, abbiamo cercato di condividere a sostenere in tutti i modi a noi possibili le sue battaglie contro il doping e la corruzione che avvelenano lo sport di alto livello. Gaetano Mura nativo di Cala Gonone è un velista sardo autore di imprese epiche. L’incontro tra i due, apparentemente lontani almeno anagraficamente, è il vero Leitmotive di una serata che si preannuncia carica di pathos.

L’ASSEM (re)incontra Alessandro Donati

https://bit.ly/3CgLrOyvai al filmato di mediasilo

a cura di Roberto Paderi

È uscito poco prima delle Olimpiadi di Tokio “I signori del doping” di Alessandro Donati, edito da Rizzoli. Le prime cinquemila copie sono andate letteralmente a ruba lasciando le librerie italiane sguarnite. Qualcuno definisce “testamento” quest’ultima sua fatica noi pensiamo (e speriamo) che non sia l’ultima e che Sandro possa far sentire ancora la sua voce. Pensiamo altresì che più che una fatica sia stato un vero e proprio tormento. Scrivere una storia autobiografica che ad ogni passaggio appariva sempre più un esercizio masochistico e di grande sofferenza, è stata tutt’altra impresa rispetto ai libri scritti in precedenza.


https://tinyurl.com/ynpmh28e

Ha risposto in esclusiva alle nostre domande, con le Olimpiadi Giapponesi oramai archiviate insieme alle celebrazioni per i successi calciofili e per le medaglie italiane.

D. Professore ci permetta di iniziare da considerazioni più personali, dal suo stato d’animo, ha seguito queste olimpiadi? Quali pensieri le sono passati per la testa mentre scorrevano le immagini delle vittorie azzurre sapendo che tra coloro che hanno lottato per una medaglia avrebbe avuto il diritto di esserci anche Alex Scwazer?

R. Mi ha impressionato non tanto il malvagio commento del solito telecronista impegnato da anni a dileggiare Alex e me, quanto il silenzio dell’ambiente sportivo italiano che ha fatto finta di non accorgersi delle risultanze schiaccianti e gravi dell’indagine giudiziaria di Bolzano. Un vigliacco uniformarsi a coloro che hanno compiuto o coperto la manipolazione. Un mondo, quello sportivo, nel quale dominano l’individualismo e l’egoismo e nel quale vige il pensiero “non hanno colpito me, dunque che mi importa? Anzi, approfittando del precedente di Schwazer, se esprimo indifferenza o addirittura soddisfazione mi accredito ancora di più come atleta, tecnico o dirigente antidoping”. Una triste manifestazione di opportunismo ed egoismo che ha fatto sfregare le mani a coloro che lavorano da anni per distruggere Schwazer ed isolare me.

D. Come giudica “l’incapacità” dei Governi di opporsi alla prepotenza delle Federazioni Sportive Internazionali, pensiamo non solo all’atletica, l’Uefa ad esempio ha mantenuto il proprio palinsesto degli europei con le finali a Wembley, scatenando di fatto una nuova fase pandemica nel continente, infischiandosene delle richiese dei principali leader europei

R. I Governi non sono incapaci ma volutamente passivi: continuano a muoversi sull’equivoco che le Federazioni internazionali rappresentino a livello mondiale il loro sport, ma non è assolutamente cosi! In realtà lo sport giovanile e quello di base sono portati avanti dalle Federazioni nazionali e dai club. Le Federazioni internazionali, più comodamente, si occupano di un ristretto numero di atleti di punta, sui quali poggiano business e carriere. Però questi organismi autocratici approfittano della delega in bianco dei Governi e si pavoneggiano come fossero governanti a 360 gradi, ignorando e calpestando regole e diritti.

D. La nascita della WADA nel 1999 aveva acceso molte speranze da parte di chi invocava un ente terzo, ora la sua inefficacia è palese, cosa non ha funzionato? I governi sono consapevoli che il loro mandato è stato tradito?

R. Il Parlamento statunitense e la Corte europea per i diritti dell’uomo si sono resi conto che la Wada solo per un breve periodo ha cercato di agire autonomamente dal Cio e dalla politica, poi è planata in una totale compromissione, riducendosi al piccolo ruolo di persecutrice di singoli, piccoli casi, riducendo il sistema antidoping a pura apparenza.

D. A questo libro seguiranno altri prodotti, una fiction a puntate, dei documentari, c’è la speranza, almeno da parte di chi vuole uno sport diverso, che tutto ciò possa contribuire a cambiare le cose, è solo un’illusione?

R. Sono tentativi di informare, ma ci sono diversi ostacoli: il primo è che vale sempre il detto latino “panem et circences” ed il secondo è il provincialismo per cui ogni Paese si interessa solo dei casi che lo riguardano.

D. I risultati dei controlli sulle positività sono dello 0,3%, quasi nulle. Un’organizzazione che costa cifre pazzesche riesce a scoprire così pochi dopati e quasi mai atleti eccellenti. A parte qualche sprovveduto tutti sanno che la realtà è ben diversa. Lei ha più volte indicato la strada, nessuno ha ascoltato, da dove bisogna ripartire oggi, è possibile ipotizzare una strategia?

R. No, perché il sistema sportivo, con perfidia, ha creato un arcipelago di organismi antidoping che danno un’idea di grande efficienza e ciò è più che sufficiente per politici e apprendisti politici che si accontentano dell’apparenza. Questa rete di professionisti dell’antidoping è pronta ad ostentare efficienza e rigore di fronte ai casi minori, pur di raggiungere un minimo di dati statistici. Decisioni seriose ed apodittiche sono ricorrenti nei confronti di poveri cristi.

D. Abolirebbe o rivedrebbe il sistema dei “missed test”?

R. È una delle diverse “vie di fuga” offerte agli atleti di vertice. Non è solo questione di abolire la possibilità di commettere un missed test non giustificato razionalmente, ma occorrerebbe rivedere le modalità di notifica della reperibilità, abolire la finestra oraria, intensificare la raccolta dei dati del passaporto biologico che attualmente sono pochissimi per molti atleti di vertice, aumentare i controlli a sorpresa, ma soprattutto creare organismi di controllo extrasportivi. Tutto ciò è possibile? No! D’altro canto, un sistema che giunge a screditare le persone che per tutta la vita si sono impegnate contro il doping vero (non contro i “casucci”) è un sistema corrotto e putrefatto.

D. Se dovesse azzardare delle percentuali, tralasciando lo sport giovanile, nella speranza che effettivamente sia immune, quale potrebbe essere il rapporto tra atleti di vertice puliti e dopati?

R. Dipende dalle specialità sportive: in alcune la percentuale dei dopati è bassissima, in altre altissima.

D. Negli ultimi anni molti lanciatori dell’atletica hanno iniziato a realizzare misure incredibili, più elevate di sempre. In passato quelli che ottenevano questi risultati erano sistematicamente positivi agli anabolizzanti, cosa è cambiato?

R. Che assumono ormoni con maggiore accortezza e, soprattutto, che i controllori li lasciano fare.

D. Lei è stato responsabile della velocità italiana e ha collaborato assiduamente con Carlo Vittori. Era un periodo nel quale dietro Mennea c’era quasi il vuoto: almeno due/tre decimi di secondo di differenza. Le staffette azzurre degli anni 90 erano vincenti a livello europeo pur avendo interpreti che mediamente bucavano appena i 10,40. Oggi la nostra velocità si esprime a livelli impensabili fino a pochi anni fa: Jacobs è addirittura il più veloce al mondo, Tortu dice comunque la sua, poi c’è il giovane Patta… Cosa è successo?

R. Non mi intendo più di velocità, anche se mi resta un briciolo di capacità di osservazione per distinguere tra atleta ed atleta, ma lascio ad altri più aggiornati di me il compito di rispondere a questa domanda e ad altre simili.

Due giovani sprinter emergenti l’oristanese Lorenzo Patta e la cagliaritana Dalia Kaddari

D. Si aspettava dei risultati così eclatanti da parte degli atleti azzurri? Sembra quasi che la pandemia abbia avuto un effetto rigenerante ma ovviamente ci sono altre motivazioni. Sono gli altri che vanno piano o noi abbiamo trovato le giuste sinergie?

R. L’Italia sportiva e l’atletica in particolare si sono mosse bene e si sono ottimamente organizzate durante il lockdown del 2020, guadagnando un po’ rispetto a diversi avversari. Inoltre l’atletica italiana comincia a trarre profitto dagli immigrati africani, sapendoli ben preparare. Infine, è migliorato il livello strutturale dei nostri giovani, più alti e prestanti. Anche la capacità operativa degli allenatori è cresciuta. Ma occorre rendersi conto che a Tokyo tutto è girato per il verso giusto ed abbiamo avuto in Sebastian Coe un tifoso d’eccezione. Una volta incassata la non belligeranza italiana sul caso Schwazer, Coe si è ricordato delle lunghe permanenze nel nostro Paese quando faceva l’atleta ed ha espresso tutta la sua simpatia per l’Italia.

D. E del mezzofondo mondiale cosa pensa? si vedono dei tempi spaventosi…

R. No comment: tra piste elastiche e scarpe magiche non si capisce niente. Io, perlomeno, non ci capisco.

D. C’è un legame speciale tra Sandro Donati e la città di Cagliari, due dei nostri referenti scientifici, Franco Marcello e Paolo Masia hanno collaborato a lungo con lei e affrontato una sperimentazione sullo sport giovanile che ancora è considerata un paradigma. Come nacque quella sperimentazione che coinvolse più di mille ragazzi dell’area vasta di Cagliari?

R. Da un nostro desiderio visionario di studiare le capacità motorie dei ragazzi e dalla tenacia con la quale convincemmo il Coni a finanziarlo.

Sandro Donati a Cagliari con Marcello, Masia e gli studenti del Mastrer APA dell’università telematica San Raffaele

D. Lei ha collaborato a lungo con la scuola, anche a livello ministeriale, gli insegnanti di Educazione Fisica la adorano, ritiene che sia stato utile tutto quel percorso? È nata la consapevolezza tra i ragazzi che lo sport pulito si costruisce e si difende con l’impegno personale?

R. Molti insegnanti scolastici mi sostengono, mentre molti del mondo dell’atletica mi detestano. Un contrasto stridente e significativo… Penso che il mondo della scuola stia facendo la propria parte. Me ne rendo conto andando negli istituti scolastici.

Sandro Donati in una delle tante iniziative con il mondo della scuola

D. Come sta oggi Alex Scwazer, quale sarà in futuro il suo rapporto con il mondo dello sport?

R. Ha sofferto molto per la gioia dei perversi e malvagi che hanno sabotato la sua urina e per i galoppini che, pur non avendo responsabilità dirette nel sabotaggio, hanno aiutato facendo controinformazione con la tecnica subdola del raccontare il simil vero. Con tanta dignità Alex va avanti nella sua vita, anche se i suoi persecutori si stanno accanendo ancora contro di lui per tentare di cancellarlo del tutto dallo sport.

D. Lei ha rigenerato una persona che altri hanno cercato di far finire in un baratro. I giovanissimi che hanno seguito la storia di Alex hanno subito simpatizzato per lui, forse perchè hanno riconosciuto le loro fragilità in quelle di Alex. Questo sport sul piano educativo funziona solo nelle piccole realtà e se si ha la fortuna di incontrare un allenatore che non vede solo il risultato, è sconfortante non crede?

R. Sconfortante, si. Nel mondo dello sport prevale la “risultatite”, che le performance siano poi reali o finte interessa a pochi. In questa vicenda di Alex ho potuto toccare con mano lo schematismo ed il semplicismo dell’ambiente sportivo. Ad esempio, non so se per povertà di analisi o per pigrizia mentale, il doping viene identificato dalla maggior parte dei praticanti nei pochissimi atleti che risultano positivi. Contro questi pochi ci si accanisce e li si strumentalizza per gridare e sottolineare la propria presunta pulizia. Per esperienza, mi sono reso conto che più si grida più c’è da dubitare.

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