IL Sistema Nazionale di Qualifiche degli Operatori Sportivi (SNAQ)

A cura di Andrea Argiolas

Il prof. Andrea Argiolas è un nome notissimo nel mondo dello sport. Dal 1976 al 2020 è stato docente nella scuola secondaria di primo grado. Atleta e poi allenatore di Canoa-Kayak dal 1978, è stato dirigente sportivo inizialmente in ambito regionale. Terminato l’ISEF nel 1979, ha poi completato il suo percorso con la laurea magistrale in Scienze e Tecniche dello Sport. Dal 2005 al 2016 è stato consigliere federale nazionale Fick e responsabile del Centro Studi, Formazione e Ricerca della medesima federazione. Dal 2012 vicepresidente federale, dal 2014 al 2016 coordinatore della direzione tecnica nazionale. Il suo contributo, evidentemente, è per noi estremamente prezioso.

Andrea Argiola mostra un numero della Rivista del CentroStudi della FICK

Mi sono occupato di formazione per “sport e scuola”. L’approccio sistemico ha caratterizzato le mie idee, le mie proposte e le mie azioni: avere una visione integrata di bisogni e risorse favorisce le soluzioni e ottimizza i costi.

Tra le poche certezze, ho anche la convinzione che, senza stravolgere il modello italiano, una visione globale e integrata tra Scuola e organizzazione sportiva (CONI e/o, da ora, Ministero dello Sport) darebbe un fondamentale impulso allo sviluppo della pratica sportiva di base e, conseguentemente, anche dell’alto livello.

Storicamente il modello sportivo italiano fonda le sue radici nell’associazionismo sportivo, mentre nelle discipline cosiddette dilettantistiche le attività di vertice sono quasi totalmente appannaggio dei Corpi civili e militari dello Stato. Un mix di privato (terzo settore) e pubblico finora capace di garantire una continuità di prestazioni di tutto rispetto, sia in chiave olimpica che mondiale, molto meno sul piano del diritto allo sport per tutti. Trattasi di un’organizzazione, mediata dalle federazioni sportive e CONI non esente da lacune, farraginosa, caratterizzata da un elevato dispendio di risorse e, soprattutto, poco capace di assolvere i compiti pedagogici e culturali che lo sport richiama. Una caratteristica, quella dei militari sopra accennata, che ricorda lo sport di Stato d’oltrecortina, un autentico pezzo di modernariato. Certo non siamo l’unico Paese occidentale a supportare in questo modo lo sport, ma avere ben otto Enti (con o senza stellette), spesso in concorrenza tra loro, credo sia un primato, tutto nostrano, del quale non andare fieri.

Gli anni dell’agonismo

Ciononostante, considerata la straordinaria presenza statale, le attività motorie e sportive scolastiche “godono” di pessima salute: siamo ancora il Paese europeo con il minor numero di ore settimanali di educazione fisica/motoria e fino al 2021/22 esclusivamente nella scuola secondaria. Nella Primaria, solo a partire da quest’anno scolastico, si sta correndo ai ripari con il progressivo (si parte dalla quinta classe) inserimento di luareati specializzati nel team docente. Non parliamo della scuola dell’Infanzia, perché là dove tutto dovrebbe cominciare, siamo ancora in alto mare o a progetti estemporanei. Tutto ciò in un contesto che vede l’Italia e soprattutto il suo sud primeggiare nelle classifiche di dispersione, insuccesso e abbandono scolastico. Non può essere un caso.

Recentemente, parliamo della scorsa legislatura, si è registrato un notevole attivismo della politica verso lo sport. Giorgetti con l’istituzione di Sport e Salute, ha sostanzialmente chiuso i rubinetti al CONI e spezzato il cordone ombelicale, “contributi”, tra Coni e Federazioni sportive. Se Malagò ha mal digerito la diminutio imposta dal Sottosegretario con delega allo sport del primo Governo Conte, tanto da segnalare al CIO la presunta violazione d’autonomia, altrettanto indigesti sono stati gli interventi del Ministro dello Sport (Governo Conte 2) Spadafora di disciplinare l’intero movimento sportivo, compreso il tentativo di porre in essere il limite di due mandati anche per la presidenza del Comitato Olimpico, tentativi andati a vuoto.

L’apice dell’interventismo statale in materia di sport e dintorni si è registrato con il Decreto legislativo del 28 febbraio 2021, n. 36, in attuazione dell’articolo 5 della legge 8 agosto 2019, n. 86, recante il riordino e la riforma delle disposizioni in materia di enti sportivi professionistici e dilettantistici, nonché di lavoro sportivo. Un vero e proprio vademecum per inquadrare, disciplinare e valorizzare l’attività sportiva e motoria, riconoscendone il valore culturale, educativo e sociale, nonché garantire il libero accesso in tutte le forme, manifestazioni e luoghi in cui tali attività si esercitano: “sia nelle persone sane sia nelle persone affette da patologie”. Così recita la legge, io avrei scritto: comprese le persone con disabilità (sic!). Ovviamente, per chi scrive non è questo il problema.

A mio avviso il problema è proprio originale, sì proprio come il peccato, giacché nasce da una remota visione separata degli interventi. In particolare, dalla dicotomia tra attività motoria e sportiva: la prima demandata alla scuola e la seconda al sistema società sportive – Federazioni sportive o enti equipollenti – Gruppi Sportivi Civili e Militari – CONI o CIP. Sebbene qualche tentativo di introdurre lo sport nella scuola – penso ai programmi ministeriali, ai Giochi della Gioventù, a quelli studenteschi e, proprio in forza dell’art.2 della legge 8 agosto 2019, n.86, all’istituzione dei Centri Sportivi Scolastici – storicamente e culturalmente lo Stato ha volutamente depotenziato l’avviamento alla pratica sportiva nell’agenzia che più di tutte doveva promuoverla, la Scuola. Come accennato, il modello italiano privilegia l’associazionismo sportivo e né ora né mai questo primato è stato posto in discussione, anzi viene continuamente alimentato e sovvenzionato. Al contrario, lo sport e le attività motorie nelle istituzioni scolastiche e universitarie sono la Cenerentola della Pubblica istruzione.

Rispetto a questa rigida, assurda e ingiusta separazione, la mia idea, quella che ogniqualvolta me n’è stata data l’opportunità ho cercato di attuare, è spuria. Una contaminazione profonda tra sport e scuola, realizzata da docente e sul campo, quando, sfruttando al massimo le risorse a disposizione – ore di gruppo sportivo scolastico, strutture scolastiche e delle società sportive (prevalentemente quelle di un Centro Universitario Sportivo) – ho avviato allo sport e specialmente alla Canoa Kayak, diverse centinaia di giovani.

Poi da dirigente federale, responsabile della formazione, ho lavorato affinché il riconoscimento delle qualifiche tecniche fosse agevolato ai laureati in scienze motorie, titoli equipollenti o superiori. All’interno della Guida alla Formazione della Federazione Italiana Canoa Kayak, della quale ho siglato diverse edizioni dal 2005 al 2016, ho fatto in modo che fossero previsti tutti i meccanismi utili al suddetto riconoscimento per ognuno dei 3 livelli tecnici FICK, in piena conformità a quanto previsto dalla SNaQ (Sistema Nazionale delle Qualifiche tecniche, riconosciuto dal CONI). Tutto ciò si è potuto realizzare, stipulando accordi con le Università, affinché includessero insegnamenti specifici anche finalizzati al conseguimento delle qualifiche oltreché di crediti CFU, o prevedendo in tal senso la valorizzazione di lavori individuali dei singoli studenti (tesi di laurea o di master/dottorato ecc.) solitamente atleti o tecnici già inseriti nel processo tecnico formativo. Un sistema certamente non esclusivo, ma all’avanguardia e capace di creare interazioni positive: dallo sport verso il mondo accademico e viceversa. Un rapporto che ha promanato effetti anche sul piano agonistico di alto livello: la ricerca, che sta alla base dello sport moderno, non è solo appannaggio dei centri di alta specializzazione agonistica ma nasce e si sviluppa all’interno dell’università.

Viste tutte le disposizioni sopra richiamate, e segnatamente il D. lgs. 28 febbraio 2021 n.36, non condivido la visione parcellizzata tra qualifiche tecniche sportive e le diverse professionalità del chinesiologo. Le differenze quasi insormontabili sarebbero ovviamente tutte in favore di quest’ultimo: per formare un tecnico di secondo livello (qualifica minima per poter operare in autonomia), basta un diploma superiore, qualche decina di ore di formazione, un tirocinio e un anno di esperienza nel livello precedente (il primo); un laureato in scienze motorie deve affrontare tre anni di corso, una trentina di esami, tirocinio e tesi finale. Appare evidente che non possono esserci termini di paragone.

In base alla normativa vigente, le lauree in scienze motorie non sono titolo d’elezione per operare come tecnico sportivo, neppure per gli specializzati in Scienza e Tecnica dello Sport come neanche quelli in Preventiva e Adattata sono espressamente abilitati a operare con gli atleti disabili. Né sono ipotizzati o, tantomeno, indicati alle Federazioni sportive o enti assimilati – unici soggetti in grado di rilasciare qualifiche fino al terzo livello, il quarto lo riconosce il CONI/Sport e Salute attraverso la Scuola dello Sport – percorsi agevolati per favorire l’inserimento dei laureati negli albi federali.

Si tratta di una visione miope incapace di inquadrare insieme sport e scuola. Lo Stato italiano fatica ancora a portare degnamente dentro la sua più importante agenzia educativa i valori positivi che lo sport storicamente e naturalmente veicola. Dopo averci messo un secolo per laureare gli specialisti di motricità e sport, ora che fa, li mette in naftalina?

L’articolato rapporto tra ambiente, sport e diabete è il tema di del convegno organizzato da ambiente e/è vita sardegna


L’ambiente, anche quello urbano, costituisce un imprescindibile determinante della salute.

È nell’ambiente che l’individuo si muove verso strategie di benessere e di qualità della vita.

Anche lo sport, non più visto col limite del semplice agonismo, è importante per la salute e per evadere dal quotidiano, soprattutto quando l’attività fisica si svolge all’aperto, in pregevoli contesti naturali.

La triangolazione ambiente-sport-salute favorisce una rinnovata coscienza ambientale, una maggiore propensione

all’attività fisica entrambi con un sicuro impatto sulla salute e sul benessere psico-fisico.

L’iniziativa si propone, in particolare, di promuovere la riflessione sull’interazione tra la qualità ambientale, l’attività fisica e la prevenzione e cura del diabete.

Per aiutarci ad individuare traiettorie comuni di ragionamento e ricerca, interverranno esperti che illustreranno le loro esperienze professionali quotidiane, per condividere le problematiche che il malato di diabete affronta e le soluzioni che possono contribuire alla prevenzione e cura della patologia notevolmente diffusa sul territorio regionale.

Momento centrale dell’evento sarà la passeggiata tra le due misurazioni della glicemia che, con un approccio esperenziale, consentirà di dare immediata evidenza di quanto l’attività fisica incida sulla salute dei diabetici e non solo.

Le denunce sui presunti abusi subiti dalle giovanissime ginnaste italiane raccontano uno sport che richiede assai di più degli inevitabili sacrifici comuni a tutti gli atleti

Più che cronache provenienti da un centro sportivo sembrano i racconti di un incubo collettivo. C’è chi denuncia pressioni e violenze psicologiche e chi rivela di aver pensato addirittura al suicidio. Le testimonianze sono più di una e hanno portato alla decisione da parte del presidente della Federginnastica Gherardo Tecchi di commissariare l’Accademia di Desio. Una scelta senza precedenti per lo sport italiano, che coinvolge in prima persona Emanuela Maccarani, la direttrice del Centro, che ha portato alla ritmica centinaia di medaglie ed è rappresentante della categoria dei tecnici nel Consiglio del Coni. La procura federale intanto ha iniziato le audizioni delle ex atlete che hanno riferito di aver subito abusi e insulti.

La questione non è nuova e di sicuro ora occorrerà fare attenzione a quelle denunce dettate dalla frustrazione da mancanza di risultati piuttosto che da riscontri reali. Ma fatti i necessari distinguo il problema era già noto, per quanto sotto traccia. L’unico segnale di discontinuità è il coraggio di queste ragazze.

Il nostro parere in merito a questa vicenda è molto chiaro: nello sport di alto livello tra allenatore e atleta si stipula un patto, l’obiettivo da raggiungere gratificherà entrambi. Ma i patti si sottoscrivono in condizioni di equilibrio tra le parti, una bambina non può sottoscrivere alcun patto e nessuno, neppure i genitori, possono rubare l’infanzia e l’adolescenza ai propri figli. Se le medaglie in alcune discipline si possono vincere solo tra i 15 e i 18 anni, sono i programmi di gara che devono essere stravolti per far si che l’età di massima prestazione venga ritardata, non le vite delle ragazze.

La Ginnastica Artistica al femminile è sempre stata considerata il paradigma della specializzazione precoce, uno limiti più evidenti dello sport moderno, spesso denunciato e mai combattuto con la determinazione necessaria.

Ad aprire la porta del tunnel degli “incubi” della Ginnastica azzurra è stata Nina Corradini, ginnasta romana di 19 anni, ha raccontato le pressioni che ha subito per evitare che il peso del suo corpo superasse “i limiti consentiti”: «Mangiavo sempre meno, ha raccontato, ma ogni mattina salivo sulla bilancia e non andava mai bene: per due anni ho continuato a subire offese quotidiane». Insieme alle sue compagne veniva pesata in mutande davanti a tutti. L’allenatrice annotava il peso su un quaderno e commentava, spesso con durezza, talvolta con sarcasmo, il responso della bilancia. E così Nina saltava la colazione, arrivava a pesarsi più volte al giorno, ingurgitava lassativi, spesso sveniva priva di forze. Poi, il 14 giugno 2021, decide che la sua storia sportiva era giunta al capolinea.

Anna Basta, 21 anni, era compagna in Nazionale di Nina e come lei, ha vissuto la ginnastica come un tormento, decidendo di rinunciare all’Olimpiade di Tokyo, dopo essersi qualificata. Ha raccontato di aver addirittura pensato al suicidio: «Stavo per farlo ma all’improvviso è entrata una persona in stanza e mi sono scossa. La volta successiva ero in mezzo alla gente». Utilizzava le Dieci Erbe, pastiglie che aiutano ad andare in bagno. «Mi sono fermata quando ho capito che non stavo più bene con me stessa, non riuscivo più a guardami allo specchio». è riuscita a risollevarsi grazie ad un percorso terapeutico . Ha ha avviato su Instagram rubrica sui disturbi del comportamento alimentare.

Giulia Galtarossa, due Mondiali vinti nel 2009 e nel 2010, sottolinea come il tema non è solo il controllo ossessivo del peso, ma anche i metodi: in mutande, davanti a tutti, insultate e umiliate dalle allenatrici. Giulia, da anni parla dei disturbi alimentari conseguenza delle regole rigide del suo sport. Ora si è spinta oltre, raccontando alcuni episodi accaduti al centro federale di Desio: «Quell’accademia mi ha rovinato la vita, una volta fecero schierare le compagne davanti a me per poi farmi girare di spalle e mostrar loro quanto fosse grosso il mio sedere. Mi prescrissero una dieta e alla fine c’era questo messaggio: Abbiamo un maialino in squadra».

L’ultima denuncia in un’intervista al Corriere della sera è di Ilaria Barsacchi, costretta a smettere a 16 anni: «pesavo 38 kg venivamo pesate tutti i giorni, speravo che le mestruazioni non arrivassero mai. Avevo male a un piede, dicevano che era colpa del peso: invece era una frattura da stress al metatarso».

L’auspicio è un’inchiesta seria e approfondita, non solo da parte della giustizia sportiva, notoriamente autoreferenziale, ma anche da parte di quella civile.

Veronica Lotito

Alessandro Donati e Gaetano Mura al Convitto di Cagliari

Nessuno ha avuto modo di annoiarsi nel pomeriggio di venerdì 8 aprile, “due libri, due vite da raccontare” non ha deluso i partecipanti. Un imprevisto: l’indisponibilità causa Covid di Alessandro Donati, è stato gestito al meglio dall’ASSEM, che, grazie alle apparecchiature del Convitto Nazionale di Cagliari ha permesso al relatore di partecipare in videoconferenza.

Attraverso filmati efficaci, interventi sempre ben contestualizzati grazie ai due moderatori Franco Marcello e il giovane Mattia Lasio, gli autori sono riusciti a trasmettere la loro sintonia. Due mondi apparentemente lontani hanno trovato un filo conduttore comune: difficoltà che sembrano insormontabili, sconfitte che in realtà sono vittorie, la solitudine come risorsa personale.

Arrendersi a circa metà dell’opera, per cause non dipendenti dalla propria volontà e ingestibili dal punto di vista tecnico, non ha impedito a Gaetano Mura di vivere con intensità la propria impresa, il “Solo Round the Globe Record” ovvero il giro del mondo con un Class 40 e di trarre da questa esperienza, in apparenza negativa, un insegnamento prezioso.

Il sindaco di Cagliari Paolo Truzzu, alla sua destra Gaetano Mura, sullo schermo Alessandro Donati

In apertura, dopo l’intervento introduttivo di Giuseppe Articolo presidente dell’ASSEM, il Sindaco di Cagliari Paolo Truzzu ha portato i saluti dell’amministrazione comunale e di tutti i cittadini e ha voluto consegnare un omaggio a Gaetano Mura e Alessandro Donati per il loro legame con la città. Si è trattenuto in sala per tutta la durata dell’incontro seguendo ogni passaggio.

Ha ringraziato Donati per le sue battaglie coraggiose contro il doping e la corruzione nello sport di cui il libro “I signori del doping” (Rizzoli 2021) racconta gli ultimi inquietanti risvolti, per i risultati agonistici che come allenatore ha regalato a tutto il paese. Ma anche, e forse sopratutto, per aver contribuito a dare visibilità nazionale alle idee innovative in materia di sport e attività motorie giovanili che da Cagliari hanno preso il via. Tra il 1990 e il 1994 infatti, insieme a Franco Marcello, Paolo Masia e altri colleghi cagliaritani, Donati portava avanti uno studio sulle capacità motorie che, coinvolgendo migliaia di ragazzi del nostro Hinterland, poneva le basi per ulteriori approfondimenti scientifici che non sono mancati negli anni successivi.

Franco Marcello, sullo schermo, in videoconferenza Alessandro Donati

Tutti hanno avuto modo di apprezzare le qualità morali di Gaetano Mura, autore de “Le sirene hanno smesso di cantare” (Edizioni Il Maestrale 2020): “Penso che il coraggio vero – ha sottolineato Truzzu, sia legato sopratutto al saper accettare e analizzare le cose che non vanno secondo le nostre speranze. La città di Cagliari guarda al mare con una visione prospettica volta a migliorare e ottimizzare tutte le attività, sia sportive che turistiche, in grado di far crescere da tutti i punti di vista, l’attenzione del mondo verso di noi.

Gaetano Mura e Paolo Truzzu

L’ASSEM ringrazia tutti i propri iscritti e simpatizzanti per il sostegno e la partecipazione (occupati tutti i posti disponibili secondo la normativa Covid), di questi tempi non era affatto scontato

Giuseppe Articolo, presidente dell’ASSEM. alla sua destra Mura e Marcello

Mattia Lasio moderatore dell’incontro

Donati sullo schermo, e Mattia Lasio e Gaetano Mura in sala
Franco Marcello, ha curato l’organizzazione dell’incontro


Venerdì 08 aprile 2022 Auditorium del Convitto di Cagliari presentazione del libro “I Signori del doping” di Alessandro Donati e “Le sirene hanno smesso di cantare” di Gaetano Mura

Venerdì 08 aprile 2022 presso l’Auditorium del Convitto Nazionale di Cagliari in via Pintus, alle ore 17,00 Alessandro Donati e Gaetano Mura, con il coordinamento di Francesco Marcello e Mattia Lasio, presenteranno il loro ultimo libro.

I signori del doping” pubblicato da Donati per Rizzoli nel 2021 è incentrato sull’incredibile vicenda del marciatore Alex Schwazer, vittima di un’azione incresciosa di linciaggio della quale ci siamo a lungo occupati.

Le sirene hanno smesso di cantare”, edito da Il Maestrale, non è solo un libro autobiografico, è un’opera attraverso la quale Mura riesce a fondere avventura, fascino del vivere in mare, storia personale e vicende sportive fuori da ogni consuetudine.

I due autori nella mattinata dello stesso giorno incontreranno gli studenti del Liceo Scientifico Sportivo del Convitto Nazionale.

Alessandro Donati è stato più volte nostro ospite, abbiamo cercato di condividere a sostenere in tutti i modi a noi possibili le sue battaglie contro il doping e la corruzione che avvelenano lo sport di alto livello. Gaetano Mura nativo di Cala Gonone è un velista sardo autore di imprese epiche. L’incontro tra i due, apparentemente lontani almeno anagraficamente, è il vero Leitmotive di una serata che si preannuncia carica di pathos.

L’ASSEM (re)incontra Alessandro Donati

https://bit.ly/3CgLrOyvai al filmato di mediasilo

a cura di Roberto Paderi

È uscito poco prima delle Olimpiadi di Tokio “I signori del doping” di Alessandro Donati, edito da Rizzoli. Le prime cinquemila copie sono andate letteralmente a ruba lasciando le librerie italiane sguarnite. Qualcuno definisce “testamento” quest’ultima sua fatica noi pensiamo (e speriamo) che non sia l’ultima e che Sandro possa far sentire ancora la sua voce. Pensiamo altresì che più che una fatica sia stato un vero e proprio tormento. Scrivere una storia autobiografica che ad ogni passaggio appariva sempre più un esercizio masochistico e di grande sofferenza, è stata tutt’altra impresa rispetto ai libri scritti in precedenza.


https://tinyurl.com/ynpmh28e

Ha risposto in esclusiva alle nostre domande, con le Olimpiadi Giapponesi oramai archiviate insieme alle celebrazioni per i successi calciofili e per le medaglie italiane.

D. Professore ci permetta di iniziare da considerazioni più personali, dal suo stato d’animo, ha seguito queste olimpiadi? Quali pensieri le sono passati per la testa mentre scorrevano le immagini delle vittorie azzurre sapendo che tra coloro che hanno lottato per una medaglia avrebbe avuto il diritto di esserci anche Alex Scwazer?

R. Mi ha impressionato non tanto il malvagio commento del solito telecronista impegnato da anni a dileggiare Alex e me, quanto il silenzio dell’ambiente sportivo italiano che ha fatto finta di non accorgersi delle risultanze schiaccianti e gravi dell’indagine giudiziaria di Bolzano. Un vigliacco uniformarsi a coloro che hanno compiuto o coperto la manipolazione. Un mondo, quello sportivo, nel quale dominano l’individualismo e l’egoismo e nel quale vige il pensiero “non hanno colpito me, dunque che mi importa? Anzi, approfittando del precedente di Schwazer, se esprimo indifferenza o addirittura soddisfazione mi accredito ancora di più come atleta, tecnico o dirigente antidoping”. Una triste manifestazione di opportunismo ed egoismo che ha fatto sfregare le mani a coloro che lavorano da anni per distruggere Schwazer ed isolare me.

D. Come giudica “l’incapacità” dei Governi di opporsi alla prepotenza delle Federazioni Sportive Internazionali, pensiamo non solo all’atletica, l’Uefa ad esempio ha mantenuto il proprio palinsesto degli europei con le finali a Wembley, scatenando di fatto una nuova fase pandemica nel continente, infischiandosene delle richiese dei principali leader europei

R. I Governi non sono incapaci ma volutamente passivi: continuano a muoversi sull’equivoco che le Federazioni internazionali rappresentino a livello mondiale il loro sport, ma non è assolutamente cosi! In realtà lo sport giovanile e quello di base sono portati avanti dalle Federazioni nazionali e dai club. Le Federazioni internazionali, più comodamente, si occupano di un ristretto numero di atleti di punta, sui quali poggiano business e carriere. Però questi organismi autocratici approfittano della delega in bianco dei Governi e si pavoneggiano come fossero governanti a 360 gradi, ignorando e calpestando regole e diritti.

D. La nascita della WADA nel 1999 aveva acceso molte speranze da parte di chi invocava un ente terzo, ora la sua inefficacia è palese, cosa non ha funzionato? I governi sono consapevoli che il loro mandato è stato tradito?

R. Il Parlamento statunitense e la Corte europea per i diritti dell’uomo si sono resi conto che la Wada solo per un breve periodo ha cercato di agire autonomamente dal Cio e dalla politica, poi è planata in una totale compromissione, riducendosi al piccolo ruolo di persecutrice di singoli, piccoli casi, riducendo il sistema antidoping a pura apparenza.

D. A questo libro seguiranno altri prodotti, una fiction a puntate, dei documentari, c’è la speranza, almeno da parte di chi vuole uno sport diverso, che tutto ciò possa contribuire a cambiare le cose, è solo un’illusione?

R. Sono tentativi di informare, ma ci sono diversi ostacoli: il primo è che vale sempre il detto latino “panem et circences” ed il secondo è il provincialismo per cui ogni Paese si interessa solo dei casi che lo riguardano.

D. I risultati dei controlli sulle positività sono dello 0,3%, quasi nulle. Un’organizzazione che costa cifre pazzesche riesce a scoprire così pochi dopati e quasi mai atleti eccellenti. A parte qualche sprovveduto tutti sanno che la realtà è ben diversa. Lei ha più volte indicato la strada, nessuno ha ascoltato, da dove bisogna ripartire oggi, è possibile ipotizzare una strategia?

R. No, perché il sistema sportivo, con perfidia, ha creato un arcipelago di organismi antidoping che danno un’idea di grande efficienza e ciò è più che sufficiente per politici e apprendisti politici che si accontentano dell’apparenza. Questa rete di professionisti dell’antidoping è pronta ad ostentare efficienza e rigore di fronte ai casi minori, pur di raggiungere un minimo di dati statistici. Decisioni seriose ed apodittiche sono ricorrenti nei confronti di poveri cristi.

D. Abolirebbe o rivedrebbe il sistema dei “missed test”?

R. È una delle diverse “vie di fuga” offerte agli atleti di vertice. Non è solo questione di abolire la possibilità di commettere un missed test non giustificato razionalmente, ma occorrerebbe rivedere le modalità di notifica della reperibilità, abolire la finestra oraria, intensificare la raccolta dei dati del passaporto biologico che attualmente sono pochissimi per molti atleti di vertice, aumentare i controlli a sorpresa, ma soprattutto creare organismi di controllo extrasportivi. Tutto ciò è possibile? No! D’altro canto, un sistema che giunge a screditare le persone che per tutta la vita si sono impegnate contro il doping vero (non contro i “casucci”) è un sistema corrotto e putrefatto.

D. Se dovesse azzardare delle percentuali, tralasciando lo sport giovanile, nella speranza che effettivamente sia immune, quale potrebbe essere il rapporto tra atleti di vertice puliti e dopati?

R. Dipende dalle specialità sportive: in alcune la percentuale dei dopati è bassissima, in altre altissima.

D. Negli ultimi anni molti lanciatori dell’atletica hanno iniziato a realizzare misure incredibili, più elevate di sempre. In passato quelli che ottenevano questi risultati erano sistematicamente positivi agli anabolizzanti, cosa è cambiato?

R. Che assumono ormoni con maggiore accortezza e, soprattutto, che i controllori li lasciano fare.

D. Lei è stato responsabile della velocità italiana e ha collaborato assiduamente con Carlo Vittori. Era un periodo nel quale dietro Mennea c’era quasi il vuoto: almeno due/tre decimi di secondo di differenza. Le staffette azzurre degli anni 90 erano vincenti a livello europeo pur avendo interpreti che mediamente bucavano appena i 10,40. Oggi la nostra velocità si esprime a livelli impensabili fino a pochi anni fa: Jacobs è addirittura il più veloce al mondo, Tortu dice comunque la sua, poi c’è il giovane Patta… Cosa è successo?

R. Non mi intendo più di velocità, anche se mi resta un briciolo di capacità di osservazione per distinguere tra atleta ed atleta, ma lascio ad altri più aggiornati di me il compito di rispondere a questa domanda e ad altre simili.

Due giovani sprinter emergenti l’oristanese Lorenzo Patta e la cagliaritana Dalia Kaddari

D. Si aspettava dei risultati così eclatanti da parte degli atleti azzurri? Sembra quasi che la pandemia abbia avuto un effetto rigenerante ma ovviamente ci sono altre motivazioni. Sono gli altri che vanno piano o noi abbiamo trovato le giuste sinergie?

R. L’Italia sportiva e l’atletica in particolare si sono mosse bene e si sono ottimamente organizzate durante il lockdown del 2020, guadagnando un po’ rispetto a diversi avversari. Inoltre l’atletica italiana comincia a trarre profitto dagli immigrati africani, sapendoli ben preparare. Infine, è migliorato il livello strutturale dei nostri giovani, più alti e prestanti. Anche la capacità operativa degli allenatori è cresciuta. Ma occorre rendersi conto che a Tokyo tutto è girato per il verso giusto ed abbiamo avuto in Sebastian Coe un tifoso d’eccezione. Una volta incassata la non belligeranza italiana sul caso Schwazer, Coe si è ricordato delle lunghe permanenze nel nostro Paese quando faceva l’atleta ed ha espresso tutta la sua simpatia per l’Italia.

D. E del mezzofondo mondiale cosa pensa? si vedono dei tempi spaventosi…

R. No comment: tra piste elastiche e scarpe magiche non si capisce niente. Io, perlomeno, non ci capisco.

D. C’è un legame speciale tra Sandro Donati e la città di Cagliari, due dei nostri referenti scientifici, Franco Marcello e Paolo Masia hanno collaborato a lungo con lei e affrontato una sperimentazione sullo sport giovanile che ancora è considerata un paradigma. Come nacque quella sperimentazione che coinvolse più di mille ragazzi dell’area vasta di Cagliari?

R. Da un nostro desiderio visionario di studiare le capacità motorie dei ragazzi e dalla tenacia con la quale convincemmo il Coni a finanziarlo.

Sandro Donati a Cagliari con Marcello, Masia e gli studenti del Mastrer APA dell’università telematica San Raffaele

D. Lei ha collaborato a lungo con la scuola, anche a livello ministeriale, gli insegnanti di Educazione Fisica la adorano, ritiene che sia stato utile tutto quel percorso? È nata la consapevolezza tra i ragazzi che lo sport pulito si costruisce e si difende con l’impegno personale?

R. Molti insegnanti scolastici mi sostengono, mentre molti del mondo dell’atletica mi detestano. Un contrasto stridente e significativo… Penso che il mondo della scuola stia facendo la propria parte. Me ne rendo conto andando negli istituti scolastici.

Sandro Donati in una delle tante iniziative con il mondo della scuola

D. Come sta oggi Alex Scwazer, quale sarà in futuro il suo rapporto con il mondo dello sport?

R. Ha sofferto molto per la gioia dei perversi e malvagi che hanno sabotato la sua urina e per i galoppini che, pur non avendo responsabilità dirette nel sabotaggio, hanno aiutato facendo controinformazione con la tecnica subdola del raccontare il simil vero. Con tanta dignità Alex va avanti nella sua vita, anche se i suoi persecutori si stanno accanendo ancora contro di lui per tentare di cancellarlo del tutto dallo sport.

D. Lei ha rigenerato una persona che altri hanno cercato di far finire in un baratro. I giovanissimi che hanno seguito la storia di Alex hanno subito simpatizzato per lui, forse perchè hanno riconosciuto le loro fragilità in quelle di Alex. Questo sport sul piano educativo funziona solo nelle piccole realtà e se si ha la fortuna di incontrare un allenatore che non vede solo il risultato, è sconfortante non crede?

R. Sconfortante, si. Nel mondo dello sport prevale la “risultatite”, che le performance siano poi reali o finte interessa a pochi. In questa vicenda di Alex ho potuto toccare con mano lo schematismo ed il semplicismo dell’ambiente sportivo. Ad esempio, non so se per povertà di analisi o per pigrizia mentale, il doping viene identificato dalla maggior parte dei praticanti nei pochissimi atleti che risultano positivi. Contro questi pochi ci si accanisce e li si strumentalizza per gridare e sottolineare la propria presunta pulizia. Per esperienza, mi sono reso conto che più si grida più c’è da dubitare.

https://tinyurl.com/49ektraa

La riforma dello sport è in fase di attuazione

Intendiamo stimolare il dibattito tra i nostri associati e i diversi stakeholders, per questo motivo invitiamo a seguire i seguenti link. Noi abbiamo qualche perplessità e voi?

 

 

 

 

Il prezzo della pandemia

Una pandemia come quella che stiamo ancora attraversando, rientra in quegli eventi impossibili da prevedere. Un “Cigno Nero”, ipotizzabile certo, ma assolutamente non preventivabile nella tempistica e nelle molteplici e gravi conseguenze. Le categorie che hanno legittimamente evidenziato i problemi specifici che le riguardano, sono molteplici e nessuna di esse è stata colpita in modo leggero. L’occhio attento di chi è in grado di andare oltre l’aspetto esclusivamente economico si è rivolto verso soggetti poco rappresentati sindacalmente e mediaticamente, ma che presentano un’intrinseca fragilità: gli anziani, in particolare i cosiddetti over 80 e i giovanissimi, sopratutto gli under 14, per aspetti di diversa natura. Noi ci vogliamo occupare di questi ultimi, il loro disagio è attestato giorno dopo giorno dalle testimonianze raccolte tra chi dei bambini si occupa quotidianamente come le madri e le maestre della scuola primaria.

Un processo di riavvicinamento alla “normalità”, per quanto riguarda i bambini, deve partire necessariamente da una sfera fondamentale del loro percorso di crescita: la motricità.

Non lo diciamo solo in quanto esperti del movimento, gli ultimi decenni hanno visto i servizi sanitari di molti paesi, concentrarsi sull’obesità infantile e adolescenziale perché innegabilmente costituisce una realtà preoccupante e di difficile gestione clinica. È una sindrome che si caratterizza per l’elevata prevalenza e la comparsa di ulteriori complicanze come il diabete, l’ipertensione, le dislipidemie e i disturbi alimentari.

Oggi si assiste ad un paradosso: l’emergenza sanitaria dovuta al COVID 19, sta aprendo un’autostrada a tutte le patologie da carenza di movimento. Per proteggere tutti dal COVID spediamo i più piccoli nell’isolamento casalingo, giudicando tutto ciò come un male minore rispetto ad altri pericoli. Occorre chiaramente affidarsi alla scienza, un anno di convivenza con la pandemia ci ha permesso di rafforzare alcune acquisizioni, come ribadito dalle indicazioni ministeriali (http://www.salute.gov.it/portale/nuovocoronavirus/dettaglioContenutiNuovoCoronavirus.jsp?lingua=italiano&id=5413&area=nuovoCoronavirus&menu=vuoto):

I bambini e i giovani sotto i 20 anni, oltre ad essere molto spesso asintomatici, hanno una suscettibilità all’infezione pari al 50% rispetto a chi ha più di 20 anni (ricerca pubblicata nel giugno 2020 su Nature Medicine). Lo studio ha indagato i modelli di trasmissione del Covid-19 sulla base dei dati provenienti da 6 paesi, inclusa l’Italia e l’Istituto Superiore di Sanità nel Report Iss-Covid (Indicazioni ad interim per gravidanza, parto, allattamento e cura dei piccolissimi di 0-2 anni in risposta all’emergenza COVID-19) ha evidenziato che nei bambini l’infezione si manifesta con quadri clinici molto meno severi, con una buona prognosi e una letalità decisamente inferiore1.

Queste acquisizioni suggeriscono una semplice considerazione: far vivere i nostri giovanissimi, per “proteggerli”, in una condizione simile a quella degli anziani più fragili, li predispone a diventare a loro volta degli adulti labili, ma sopratutto fa di loro le vittime predestinate di tutte quelle patologie già citate, scongiurabili solo attraverso una condizione infantile che privilegia una pratica motoria ricorrente.

Se però diamo uno sguardo ai vari decreti di questo ultimo anno ci accorgiamo che l’attività motoria è possibile perfino in zona rossa, ma non per i più piccoli. La norma risente di un difetto di impostazione che è poi il “peccato originale” dello sport giovanile: la gabbia delle tipologie di sport. Come se un allenatore di Arti Marziali o di altri sport di contatto, non abbia la possibilità di adeguare le proprie proposte alle misure preventive e disponga di un repertorio povero di proposte, composto solo dalle tecniche specifiche della disciplina sportiva di riferimento. Con forza diciamo: fateci vedere i parchi delle città pullulanti di bimbi e adolescenti che giocano, che rispettano le regole del distanziamento, della detersione e della protezione, oltre quelle dello sport, aiutati da insegnanti competenti e sensibili. Diamo ai più piccoli l’opportunità di regalare a se stessi e a noi tutti la gioia di vivere, oltre a una ragione in più per combattere il virus. Le scuole provano a riaprire, non arrendiamoci al primo rimbalzo nei contagi, troviamo il coraggio di restituire il gioco ai nostri piccoli, regaliamoci una primavera e poi un’estate con tutti colori che da sempre le caratterizzano, la scienza lo raccomanda, il buon senso lo consiglia, i nostri figli e nipoti lo implorano.

1 Lo studio “Medicina di genere e Covid-19” – redatto dai referenti del tavolo IRCCS Medicina di Genere – COVID-19 coordinato dal ministero della Salute, ha evidenziato che in Italia solo circa l’1% dei casi positivi ha compiuto 18 anni. Nella popolazione pediatrica, SARS-CoV-2 non induce generalmente conseguenze gravi, in secondo luogo, i bambini/e sono esposti ad altri virus respiratori e ai virus dell’influenza A e B, con conseguente aumento dei livelli sierici di anticorpi che potrebbero favorire una forma di protezione.

Francesco Marcello

Alex Schwazer, la sua innocenza ora risplende, ne eravamo certi, ma adesso i veri colpevoli devono pagare

a cura di Francesco Marcello

Eccoci al dunque, dopo quattro anni di tormento che sono apparsi un’eternità, l’innocenza di Alex Schwazer è acclarata è risplende come il sole estivo delle spiagge italiane. Potrei non dire nulla oggi, perché sono tra quelli che si sono schierati al fianco di Sandro Donati (e di Alex) immediatamente e senza esitazione (http://www.valutazionemotoria.it/2016/06/27/oggi-come-ieri-io-sto-con-sandro-donati/). Ricordo con un velo di tristezza il messaggio di Oliviero Beha dopo la pubblicazione del mio intervento Franti cacciato dalla scuola (https://m.facebook.com/nt/screen/?params=%7B%22note_id%22%3A355779059000560%7D&path=%2Fnotes%2Fnote%2F&_rdr ), lo contattai per avere qualche consiglio utile a migliorare l’impatto comunicativo del mio articolo e in quella occasione mi manifestò la sua convinzione che dietro questa storia ci fosse un’ombra inquietante. Mi commuove il pensiero che quelle mie parole sono state una delle ultime cose che Oliviero ha letto.

L’amarezza che tutti abbiamo avvertito e ancora non abbiamo metabolizzato, è legata sopratutto all’interruzione brusca del sogno di Alex, perché il suo sogno era diventato il sogno di tanti. In un mondo, quello dell’atletica, dove gli ex dopati (o presunti ex), sono una moltitudine, al solo Schwazer non è stata data l’opportunità del riscatto, che a differenza di quasi tutte le altre situazioni, era un vero riscatto. Magari anche questo era uno dei problemi per il sistema, se uno vince senza doping destabilizza il mercato. I dettagli della vicenda sono noti e non è il caso che io li riepiloghi, voglio invece approfondire gli aspetti collaterali di questa bruttissima storia. Quando è stata sventolata agli occhi avidi dei mass media e dei tanti sciacalli, quella provetta che aveva fatto un giro tortuoso e portava scritto il nome del paese di Alex, io come tanti altri ho subito pensato: “è una porcata”, siamo stati etichettati come visionari, troppo vicini a Donati per essere obiettivi, e aggiungevano: “tutti sanno che chi si dopa una volta lo rifarà, serve la squalifica a vita!”. Colpisce il cinismo di chi ha cercato di rigettare Schwazer nell’inferno da cui con coraggio si era affrancato, incuranti di quanto tutto ciò poteva costare al ragazzo non solo dal punto di vista sportivo. Per fortuna un percorso come quello da lui compiuto fortifica la totalità della persona e Alex ha avvertito, insieme al tramonto dei suoi sogni di riscatto, che la sua fragilità del passato era solo un ricordo.

Gettando uno sguardo ai tanti interventi che hanno caratterizzato questi anni interminabili, e che avevano spesso come unico scopo l’emarginazione di Schwazer e del suo tecnico, è possibile operare una distinzione all’interno di coloro che si sono affrettati a dichiararsi colpevolisti. Non so quanti fossero ma c’erano anche quelli in buona fede, illusi che la correttezza delle istituzioni non potesse essere messa in discussione. Alcuni di loro con onestà hanno già ammesso il loro errore, altri erano forse troppo giovani o addirittura non c’erano quando l’atletica confezionava salti allungati, medici compiacenti che regalavano la loro pipì a lanciatori imbottiti di steroidi, positività alla caffeina costruite ad arte per incastrare un’ostacolista allenata da Donati. La maggior parte dei colpevolisti non apparteneva però a questa categoria e molti di loro sono personaggi pubblici a cui i mass media, nazionali o locali, hanno spesso rivolto le loro attenzioni. Sono individui che hanno visto nell’antidoping una battaglia utile ai loro obiettivi personali, da portare avanti, se non con i fatti, almeno a parole. Attratti dalla ribalta che i loro interventi gli regalavano, non hanno avuto né il coraggio né la lucidità per leggere gli eventi legati all’ultima positività di Schwazer. Hanno pontificato sulla mafia che sta dietro il doping, senza mai indicare dove stia di casa questa mafia, né hanno mai dato credito alle argomentazioni di Schwazer e Donati.

Avrebbero dovuto riflettere sul fatto che se esiste la mafia nello sport, le massime istituzioni sportive ne sono inevitabilmente contaminate, come è avvenuto per gli apparati dello stato per quanto concerne la Mafia siciliana e le altre mafie del sud d’Italia. È molto singolare che persone che invocano giustizia e severità non credano nell’efficacia delle pene e ritengano che una condanna precedente sia solo un indizio di colpevolezza, affermando più o meno pedissequamente che “è difficile fidarsi di quell’atleta che nel 2012, aveva confessato in lacrime la propria colpevolezza”.

La differenza però tra il 2012 e il 2016 era sopratutto una: nel 2016 Schwazer era seguito da Sandro Donati.

Chi ha cavalcato l’antidoping in questi anni ha probabilmente pensato che finalmente un personaggio ingombrante come Donati poteva uscire di scena, bollato anch’egli come allenatore di un dopato e lasciare loro tutto il palcoscenico in una finta battaglia al doping.

Di questi signori non vale la pena di occuparsi troppo, molto meglio ricordare uno degli interventi più belli e significativi sulla vicenda di Alex, quello di Susanna Tamaro. L’autrice di Va’ dove ti porta il cuore e di tante altre opere di analogo successo, sentì il bisogno, subito dopo la seconda positività di Alex, di esprimere il suo pensiero orientata da un intuito incredibile che le consente di leggere nella parte più profonda di ogni individuo: “Personalmente non crederò mai alla nuova colpevolezza di Schwazer neanche se mi si sventolasse sotto il naso un ettolitro di sangue in provetta sfavillante di testosterone. Per quale ragione una persona come lui, che ha avuto il coraggio di cadere e di risorgere, avrebbe dovuto fare una cosa così totalmente idiota? So che ormai è una cosa piuttosto fastidiosa da dire, ma esiste una complessità della persona e dunque, se vogliamo usare una parola grossa, dell’anima, che non è piegabile all’onnipotente forza del rendiconto, della doppiezza, della manipolazione. Da questa complessità nascono la poesia, la letteratura, l’arte. Da questa stessa complessità nascono gli eroi. E gli atleti – quando sono tali – appartengono nel nostro immaginario proprio a questa categoria.”

Ci vorrà una Greta Thunberg anche per tentare di salvare il mondo dello sport? L’inquinamento della bellezza originaria dello sport attraverso il doping e la corruzione delle istituzioni potrebbe trovare nelle immagini inquietanti dell’oceano lordato dai nostri rifiuti una rappresentazione simbolica, “il ritratto di Dorian Gray” che certifica la nostra dannazione mentre ci affanniamo ad apparire ciò che non siamo. A rifletterci bene le Greta Thunberg ci sono già, sono tutti quei bambini e adolescenti che ogni giorno manifestano il proprio disappunto per essere stati costretti ad abbandonare una pratica che amavano, da un sistema iper selettivo che della crescita delle persone se ne infischia. Se un giorno inizierà una nuova fase in grado di valorizzare l’attività sportiva per ciò che essa è, ovvero un mezzo in grado di offrirsi senza secondi fini alla crescita dell’uomo, servirà prima di tutto una pulizia radicale, una Norimberga che ci liberi da tutti coloro che hanno agito senza alcuno scrupolo uccidendo una delle manifestazioni più elevate dell’intelligenza e della creatività umana.

Associazione dei Laureati in Scienze Motorie e dei Professionisti Qualificati del Movimento della Sardegna

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